Focus

Vulture, si punta alla filiera di trasformazione delle carni

Il Parco naturale regionale del comprensorio promuove le gabbie di cattura dei cinghiali. Le risorse economiche reinvestite nell'area protetta
didascalia.

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Data:31 Mar 2020

Premessa della redazione: Il Parco Naturale Regionale del Vulture è stato istituito solo pochi anni fa con la Legge Regionale n.28 del 20 novembre 2017. Ha già approvato, con D.D. del Dipartimento Ambiente n° 23 del 2/11/2018, un Piano di Controllo e Gestione della Popolazione dei Cinghiali. 

L’annoso problema del sovrannumero della popolazione dei cinghiali in Basilicata è ormai cosa nota: diverse organizzazioni agricole hanno chiesto a gran voce la risoluzione di tale criticità che affligge l’agricoltura sia per le produzioni di pregio che per le piccole realtà a conduzione familiare. Peraltro anche i sindaci di diversi Comuni lamentano la presenza del suide in area urbana, nel mentre aumentano gli incidenti stradali dovuti all’impatto con i selvatici.

Così gli Enti preposti si sono attivati nell’adottare misure di controllo della popolazione attraverso gli strumenti legislativi di cui si dispone. Giova precisare sulla questione che anche i Prefetti di Potenza e Matera hanno dato vita ad una serie di incontri mirati in modo da porre in essere le varie strategie che riducono i conflitti, e nello stesso tempo siano di salvaguardia alla tutela dell’integrità fisica della popolazione.

Il Dipartimento Politiche agricole e forestali della Regione, attraverso gli Uffici preposti, ha attivato una serie di azioni di contrasto affinché tale popolazione possa essere ridotta, mettendo in campo, oltre il normale prelievo venatorio, anche le attività di caccia di selezione e il selecontrollo, nonché la possibilità di messa in opera di chiusini di cattura. Gli Enti gestori delle aree protette (Parchi nazionali e regionali), quasi tutti, si sono dotati dei relativi Piani di controllo attraverso le varie metodologie di controllo.

Ad oggi purtroppo, nonostante gli scarsi risultati ottenuti, si continuano a perseguire le stesse strategie e/o addirittura a non attivarle per via dei risultati scadenti conseguiti. Spiace dover rilevare che i soggetti istituzionali preposti continuano a recepire i suggerimenti di quelle associazioni (in particolare alcune venatorie) che non accettano di buon grado alcune di queste forme di contenimento.

Sulla questione “cinghiali” è utile informare che anche il Dipartimento Ambiente ed Energia della Regione ha posto in essere una propria azione di intervento significativa, utilizzando risorse europee rivenienti dal P.O. FESR 2014-2020 del progetto INNGREENPAAF finalizzato all’“attuazione di buone pratiche per il contenimento della presenza del cinghiale (sus scrofa) nei territori delle aree protette della Basilicata a salvaguardia degli habitat della rete natura 2000”

Questa attenta e giusta scelta di intervento, voluta dall’Ufficio competente e sostenuta dall’allora Assessore al ramo Francesco Pietrantuono, è in corso di attuazione, pienamente condivisa anche dall’attuale Assessore regionale all’Ambiente Gianni Rosa che assieme al dirigente generale Michele Busciolano, hanno dato corso a una serie di incontri tecnici conclusisi proprio in questi giorni con i rappresentanti degli enti gestori delle cinque aree protette. E' stato condiviso il percorso da porre in essere e, quindi, si è dato avvio alle attività.

Difatti ciò che preoccupa di più per il mantenimento degli equilibri ambientali è l’azione di “grufolare” tipica di questi selvatici che comporta la distruzione della biodiversità, degli habitat naturali e altera l’equilibrio ecologico complessivo di altre specie faunistiche.

Anche il Dipartimento Regionale della Sanità/Politiche della Persona, con il proprio rappresentante Gerardo Salvatore, non ha fatto mancare il proprio contributo, evidenziando la diffusione della peste suina africana (P.S.A.), che ha investito l’intera Europa dell’Est e si sta diffondendo anche in altri paesi occidentali, ponendo anche il nostro Paese nella condizione non rimandabile di dover prevenire il diffondersi della P.S.A e mettere in campo tutte le misure di controllo possibili ed efficaci che tengano conto delle esperiente tecniche, scientifiche e pratiche di chi in queste attività ha ottenuto i migliori risultati.

Le buone pratiche difatti sono state validate dopo aver fatto tesoro delle diverse esperienze in campo, e soprattutto applicate in realtà dove il problema era già presente da tempo. Per cui oggi è possibile utilizzare la metodologia che ha dato i migliori risultati.

Questo “modus operandi” è stato l’obiettivo operativo che ha spinto il Parco Naturale Regionale del Vulture a dare corso alle attività di controllo della specie attraverso l’utilizzo di gabbie di cattura, che consente non solo la selezione dei capi catturati, da parte di personale debitamente formato, ma anche la possibilità di attivare una filiera per la trasformazione delle carni in prodotti alimentari di qualità. La filiera, una volta attivata, consentirà ai gestori delle aree protette di poter recuperare risorse, ottenendo un contributo economico per i capi catturati, da poter reinvestire per il finanziamento di azioni utili alla tutela dell’area protetta medesima.

Da quanto detto in precedenza emerge la convinzione che per fronteggiare al meglio le criticità del controllo della fauna selvatica sia più utile ed efficace consentire l’uso delle armi, come previsto dalle leggi vigenti, nella sola pratica della caccia di selezione ed in subordine del selecontrollo con le sole tecniche dell’appostamento, della cerca e al massimo della girata, con un solo cane ben condotto, e non con la tecnica della braccata che richiede l’utilizzo di mute di cani e numerosi cacciatori formati.

Su quest’ultima tecnica “braccata” occorre evidenziare che la stessa eseguita con cani da seguita non assicura la selettività del prelievo (generalmente sbilanciato a favore dei maschi), determinando un incremento del rischio di destrutturazione delle popolazioni (a favore di una maggior presenza di individui giovani e femmine) che potrebbe alterare artificiosamente la normale riproduttività della specie con un sostanziale mantenimento delle presenze con ciò incrementando il rischio di impatti negativi sulla biodiversità e sulle attività antropiche, con particolare riferimento ai danni all’agricoltura.

Infine è da sottolineare che le modalità di forzatura degli animali che si basano sull’utilizzo di mute di segugi, spesso non adeguatamente addestrati, non permettono di escludere il rischio di impatti su specie non target (ad esempio il Capriolo o il Cervo) anche in caso si ricorra a mute di soli 5/10 ausiliari. La presenza di tali fonti di disturbo, inoltre, potrebbe causare non solo un incremento della mobilità sul territorio anche di caprioli e cervi ma anche favorire l’erratismo dei cinghiali concorrendo a determinare concentrazioni anomale all’interno delle aree protette ed una più ampia distribuzione degli animali sul territorio con conseguente aumento del rischio di impatti nocivi per l’ambiente, la biodiversità, l’incidentalità stradale e soprattutto per l’agricoltura.

Agrifoglio n. 93 -  

Temi
Produzioni agroalimentari di qualità
Autori
Francesco  Ricciardi

Commissario Parco Vulture

Sandrino  Caffaro

Referente tecnico Parco Vulture