Focus

L'ortofrutta della Basilicata

Tra luci e ombre, il comparto assicura comunque elevati livelli occupazionali ed importanti flussi commerciali
didascalia.

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Data:27 Aug 2021

La Basilicata vanta un’antica identità territoriale ricca di storia, tradizioni e fonti alimentari. Nell’ambito del sistema agro-alimentare i comparti delle colture frutticole e di quelle ortive costituiscono una introduzione sostanzialmente recente nella storia regionale, che è andata consolidandosi e differenziandosi all’interno di tre comprensori (arco metapontino, Alta Val d’Agri e Valle dell’Ofanto) dalle connotazioni pedologiche, climatiche e vocazionali spiccatamente diverse. Oltre mezzo secolo dopo l'avvio degli interventi di bonifica e della successiva Riforma fondiaria (1932-1951), che hanno determinato il recupero all’agricoltura di nuovi territori e favorito il passaggio verso nuovi ordinamenti colturali (tra cui quelli orticoli), le forme di gestione sono diventate di tipo imprenditoriale, capaci di utilizzare tecniche agricole innovative per produzioni di pregio.

In regione, su una superficie agraria e forestale di circa 700.000 ettari, il 90% è costituito da terreni in montagna e collina, la cui difficile situazione ambientale non permette una più ampia scelta di ordinamenti colturali rispetto alla prevalente monocultura cerealicola, rappresentata prevalentemente dal frumento duro.

L’area produttiva più importante e dinamica è costituita dall’arco jonico metapontino, che, con una superficie di circa 28.000 ettari, rappresenta circa il 50% della PLV agricola, concorrendo all’80% circa della produzione orto-frutticola regionale. Qui il clima è mitigato dalle influenze del Mar Jonio e dell'Appennino Lucano e ben si presta alle coltivazioni di pieno campo e protette, anche in virtù delle favorevoli caratteristiche fisico-chimiche dei suoli, per il 51% sabbiosi o sabbio-limosi. Nel comprensorio vengono realizzate produzioni extrastagionali, primaverili-estive ed autunno-vernine. Nella pianura, diverse colture arboree hanno avuto modo di espandersi. Accanto all’olivo, vite da vino e fruttiferi minori, agrumi, uva da tavola, pesco, albicocco e susino sono le specie più presenti. La fragola, tutta sotto tunnel, è - nel Metapontino - la coltura maggiormente affermatasi e presente lungo l’area litoranea. Partendo dai comuni di Policoro e Scanzano, oggi è diffusa da Nova Siri a Bernalda, con qualche diramazione verso l’interno, lungo il fondovalle dell’Agri e del Sinni.

L'Alta Val d'Agri si estende per circa 25.000 ettari, i cui terreni sono abbastanza eterogenei ma idonei alla coltivazione della maggior parte delle coltivazioni arboree ed erbacee a ciclo primaverile-estivo, che interessano, però, solo alcune centinaia di ettari. La piovosità generalmente abbondante, la relativa freschezza del periodo primaverile-autunnale e la disponibilità di acqua irrigua nei mesi estivi determinano calendari di produzione differenziati rispetto alle altre aree e rendono possibile la coltivazione tardiva o precoce di numerose specie vegetali.

La Valle dell'Ofanto copre un’area di circa 17.000 ettari, sita a Nord-Est della Regione e confinante con la Puglia. E' caratterizzata da terreni prevalentemente di natura limoso-argillosa, fertili e profondi. L'andamento climatico è quello tipico delle aree interne mediterranee, con temperature relativamente rigide e possibili gelate nel periodo invernale. Ciò determina, tra dicembre e febbraio, la pressoché completa stasi dell'attività orticola e frutticola.

 

La frutticoltura lucana

Il Metapontino si conferma una delle aree frutticole più dinamiche a livello nazionale e regionale, anche per via della forte meridionalizzazione della frutticoltura negli anni. Le coltivazioni arboree lucane hanno inizio a partire dagli anni ’60 a seguito del già citato appoderamento dei terreni della Riforma fondiaria che favorì la diffusione di nuove specie, varietà e tecniche colturali. Le coltivazioni lucane (Tabella 1) si estendono principalmente sulla fascia Jonica, con delle propaggini nei fondivalle e nei pianori della provincia di Matera e di Potenza (Val d’Agri e Alto Bradano-Lavellese). Le produzioni vengono commercializzate sia sui mercati italiani che esteri, e la distribuzione è effettuata sia attraverso strutture cooperativistiche (Cooperative, OP ed AOP) che commercianti privati.

Tabella 1. Produzioni frutticole della Basilicata suddivise per provincia (Anno 2020) (Fonte ISTAT)

Coltura

Matera

Potenza

Regionale

Produzione totale (q.li)

Superficie totale (ha)

Produzione totale (q.li)

Superficie totale (ha)

Produzione totale (q.li)

Superficie totale (ha)

Arancio

755.652

3.789

1.140

8

756.792

3.797

Albicocco

430.816

3.700

6.554

62

437.370

3.762

Clementine

252.010

1.558

372

3

252.382

1.561

Mandarino

66.172

340

283

2

66.455

342

Limone

12.673

58

0

0

12.673

58

Pesco

310.000

1.646

35.702

216

345.702

1.862

Nettarina

238.629

996

2.629

14

241.258

1.010

Actinidia

73.791

423

5.545

33

79.336

456

Uva da tavola

113.492

473

6.054

41

119.546

514

Susino

87.617

781

523

24

88.140

805

Melo

1.583

8

91.762

410

93.345

418

Pero

42.265

255

26.823

160

69.088

415

Ciliegio

3.745

66

5.918

110

9.663

176

Fico

8.242

64

0

0

8.242

64

Mandorlo

3.229

58

1.271

23

4.500

81

Nocciolo

0

0

765

45

765

45

Totale

2.399.916 

14.215  185.341  1.151  2.585.257  15.366 

Incidenza sul totale regionale

93%

92,5%

7%

7,5%

 

Le superfici frutticole hanno subito una flessione del 20% nell’ultimo decennio, con un’incidenza variabile rispetto alle diverse specie e comprensori. Tale tendenza rispecchia quella nazionale dove per alcune specie, come ad esempio il pesco, è stata registrata una forte riduzione.

Pesco, percoco e nettarina, con circa 2900 ettari, è una specie storicamente coltivata sia nel Metapontino che nel Lavellese, in provincia di Potenza, con prevalenza del pesco a pelo a polpa gialla rispetto alle nettarine. Questa specie ha subito negli ultimi anni profondi cambiamenti. Difatti si è passati dalle varietà della serie Spring (Springcrest, Springbelle, Spring Lady), Rich May e Crimson Lady, a varietà più precoci a ridotto o basso fabbisogno in freddo, come Sagittaria, le serie Plagold, anche coltivate in coltura forzata. Per le nettarine negli ultimi anni si è avuto un maggiore interesse nei nuovi campi commerciali, anche per gli interventi previsti dai Piani Operativi delle OP. Ciò ha consentito sia di aumentare le produzioni che di introdurre nuove varietà: all’affermata Big Top si sono aggiunte le precocissime Flariba e le precoci Big Bang, Early Bomba, Nectaprima e Garofa. La situazione è statica per il percoco, produzione destinata principalmente al consumo fresco sui mercati locali regionali ed extraregionali ed in parte all’industria di trasformazione. Non ci sono stati stravolgimenti nel panorama varietale impostato su varietà concentrate nella fase tardiva di mercato (la serie Babygold), e vi è stata l’introduzione, ma senza grande diffusione, di nuove nella fase precoce (Jonia e Egea) e media (Romea). Un certo interesse si ha per le nuove varietà precoci spagnole come Cinca, Bali e Vico. I forti cambiamenti per la coltura del pesco si sono avuti nelle forme di allevamento. Infatti, non vengono quasi più praticate le forme classiche, come il vaso tradizionale e la palmetta, mentre l’ipsilon trasversale si è diffuso soprattutto per le varietà a basso fabbisogno in freddo coperte con strutture di forzatura. Il vaso ritardato, che ha avuto un forte impulso a cavallo del 2000, ha lasciato il posto negli impianti dell’ultimo quinquennio al vaso catalano, con cui si è introdotta la potatura meccanica (topping) nei primi anni di coltivazione.

L’albicocco rappresenta la specie per cui si sono registrati i maggiori incrementi sia in termini di superficie (3.762 ha) che di varietà coltivate. Nell’ultimo biennio, tuttavia, si è avuto un leggero decremento del 2% delle superfici, dovuto a problemi di ambientamento delle nuove introduzioni varietali ed a problemi fitosanitari principalmente dovuti al virus della Sharka-PPV, patogeno che influenza negativamente anche la produzione di pesche e nettarine. Un notevole allungamento ha subito il calendario di maturazione di questa drupacea, passando da 30 a 90 giorni, e l’innovazione varietale ha praticamente stravolto lo standard produttivo di riferimento: difatti da una coltivazione impostata sul germoplasma campano e italiano, con Ninfa, Vitillo, San Castrese, Cafona, Bella di Imola, Antonio Errani, si è passati a cultivar con caratteri pomologici completamente diversi in termini di dimensioni del frutto, sovraccolore o blush, consistenza della polpa, sapore, gradi Brix, particolarmente apprezzate dai mercati al consumo. Nel mese di maggio si inizia la raccolta con varietà quali Mogador, Mikado, Pricia, Primassi, Tsunami, Primius e Cebas. Nella prima decade di giugno spiccano Rubista, Domino, Flopria, Orange rubis, che resta l’albicocca più impiantata nell’ultimo decennio, e Bora, interessante per la sua resistenza a Sharka e Kioto. Nella fase tardiva un certo interesse si è avuto per la serie Far, nello specifico Faralia, Farbaly e Farbela e le emergenti Oscar e Nelson. La forma di allevamento più utilizzata è il vaso libero, anche se nei campi coperti per l’anticipo si sono affermate l’ipsilon trasversale e il V.

Per il susino, esteso su circa 800 ha, non c’è un grosso rinnovamento varietale soprattutto a causa delle alternanti annate produttive. La maggiore superficie riguarda le varietà cino-giapponesi, anche se si contano oltre 100 ettari di susino europeo per la destinazione agroindustriale. Le cultivar più diffuse sono la serie delle Black (Beauty, Amber, Diamond, ecc.), Angeleno, la rossa Fortune, mentre a buccia gialla negli ultimi anni si è avuto un ampliamento del calendario di raccolta con la serie delle Sun, TC Sun e la Golden Plumza. Nella fase precoce c’è un certo interesse per Songria e Dofi Sandra. Anche per questa drupacea la forma di allevamento più utilizzata è il vaso libero.

L’uva da tavola, coltivata su circa 500 ha, negli ultimi venti anni ha subito una forte evoluzione in quanto dalle varietà con semi a maturazione medio-tardiva (cv. Italia) si è passati alle varietà apirene. Alle classiche Crimson, Thompson e Superior seedless, se ne sono aggiunte di nuove come Sophia, Midnight Beauty, la serie Arra, Royal e Scarlotta e altre se ne aggiungono negli anni, a bacca bianca, rossa e nera, con caratteristiche qualitative non sempre migliori. La forma di allevamento più diffusa è il tendone pugliese “modificato” con strutture idonee alla copertura con reti antigrandine e film plastici per l’anticipo ed il ritardo della raccolta. Negli ultimi anni sono state introdotte nuove forme di allevamento in parete modello “ipsilon” per una migliore intercettazione della luce.

Per l'actinidia, dopo la notevole diffusione tra gli anni 80 e 90, in questi ultimi anni si è avuta una stabilizzazione delle superfici che si sono attestate intorno ai 500 ha. La cultivar Hayward è la più diffusa, ma negli ultimi anni si stanno effettuando diversi impianti con le nuove varietà a polpa verde, tra cui spicca Boerica e le varietà Club a polpa gialla come Soreli, Jintao e G3, ed ultimamente anche a polpa rossa e bicolore gialla e rossa, varietà Hongyang e Dong Hong.

Il pero è poco diffuso sul territorio: le superfici sono dedicate alla coltivazione delle cultivar estive. Negli ultimi anni vi è stata l’introduzione di nuove cultivar precoci come Turandot, Etrusca, Norma, Carmen etc.

Degna di nota è la melicoltura della Val d'Agri, in provincia di Potenza, area particolarmente vocata a questo tipo di frutticoltura e prima in Basilicata per superfici investite a melo. Red lady, Golden, Fuji, sono alcune delle cultivar più utilizzate. Negli anni c’è stata una forte selezione delle aziende produttrici e sono rimaste solo quelle professioniste e specializzate che hanno fatto consistenti investimenti sugli impianti di irrigazione, su quelli antigrandine e su un adeguato rinnovo varietale in grado a garantire il livello qualitativo del prodotto che il mercato oggi richiede.

Gli agrumi, in quest’ultimo decennio, hanno subito una leggera flessone delle superfici, ora a 5.800 ettari, dei quali ad arancio circa 3.800. Per le arance navel le varietà più diffuse sono Navelina VCR, New hall, Lanelate. Sempre per questa tipologia sono state introdotte nella fase precoce la Fukumoto, in quella tardiva Chislett e Powell Summer Navel. Per le arance a polpa bionda si ricorda la Valencia late, con l’introduzione in questi ultimi anni di alcuni cloni come Valencia Delta che migliora alcuni aspetti qualitativi dei vecchi cloni presenti. La restante parte della superficie è coltivata ad agrumi a frutto piccolo e nell’ambito di questo gruppo si annoverano diverse specie come clementine, satsuma, mandarini ed ibridi.

Per le clementine la varietà più diffusa è il Comune, che se presenta ottime caratteristiche produttive quanti-qualitative. D’altro canto ha problemi legati alla serbevolezza dei frutti e alla sovrapproduzione che rende particolarmente pesante la fase commerciale. Sempre per le clementine, diverse sono le varietà introdotte nell’ultimo ventennio. Tra queste ricordiamo il gruppo delle precocissime spagnole, come Clemenrubi, Orogros, Prenules, la storica Caffin e la serie delle Corsica SRA 89 e Corsica 2. Nella fase tardiva si ricorda Harnadina, Nour e Tradivo che non sempre hanno manifestato performance produttive adeguate, sia in termini quantitativi che qualitativi. Per il gruppo dei satsuma la varietà diffusa in passato ed ormai non più impiantata è il Miyagawa, mentre nei mandarini agli storici Avana e Tardivo di Ciaculli, presenti ma non diffusi commercialmente, si stanno diffondendo varietà club come il Nadorcott e il Tango. Un forte interesse negli ultimi dieci anni si è avuto per il limone, e tra le varietà introdotte si ricordano il femminello 2KR, il femminello Zagara bianca ed il Verna per le produzioni tardive, oltre ad alcuni cloni locali come il Limone antico di Rocca.

La fragola merita un discorso a parte, per la quale il Metapontino è al primo posto nella coltivazione con circa 1.000 ha, ed in termini economici è tra le colture più importanti per PLV. La coltivazione nell’ultimo quindicennio ha visto una profonda trasformazione, principalmente per l’introduzione e diffusione delle piante fresche e cime radicate: così è stato stravolto il calendario dell’offerta di prodotto, che inizia da dicembre per terminare a maggio-giugno. La varietà più diffusa è Candonga® Sabrosa*, che trova delle condizioni ambientali ed imprenditoriali tali per cui si è potuta praticare una proficua valorizzazione commerciale. Sono in coltivazione altre varietà nuove tra cui Inspire, Rossetta, Melissa, Marimbella, Gioelita, e Flavia, oltre alle già affermate Fortuna, Marisol e Sabrina.

 

L’orticoltura di Basilicata

L’area orticola più importante e dinamica è costituita dall’arco ionico metapontino con oltre 5.000 ettari, a seguire la Valle dell'Ofanto con circa 3.500 ha in coltura principale e di secondo raccolto, ed infine l'Alta Val d'Agri con circa 3.000 ha.

Tabella 2 – Principali produzioni orticole della Basilicata per l’anno 2020, suddivise per provincia (Fonte ISTAT)

Ortaggi

Matera

Potenza

Regionale

Produzione totale (q.li)

Superficie totale (ha)

Produzione totale (q.li)

Superficie totale (ha)

Produzione totale (q.li)

Superficie totale (ha)

Pomodoro da industria

196.613

224

956.120

1.859

1.152.733

2.083

Cavoli

192.113

962

159.260

758

351.373

1.720

Insalate

257.452

1.076

97.631

485

355.083

1.561

Finocchio

67.500

283

131.856

510

199.356

793

Fragole in serra

349.300

998

0

0

349.300

998

Broccoletto (cima) di rapa

33.390

316

44.910

284

78.300

600

Peperone in piena aria

87.178

415

18.085

103

105.263

518

Pomodoro in piena aria

122.226

246

243.775

638

366.001

884

Melanzana in piena aria

45.832

205

23.358

119

69.190

324

Asparago in piena aria

3.850

63

627

9

4.477

72

Pomodori in serra

11.465

20

15.681

30

27.146

50

Melone

123.967

619

19.405

78

143.372

697

Sedano

38.623

100

21.824

57

60.447

157

Zucchina

14.905

113

7.412

51

22.317

164

Carciofo

43.130

359

9.495

71

52.625

430

Cipolla

0

0

3.896

23

3.896

23

Carota

0

0

47.915

249

47.915

249

Cavolo Rapa in piena aria

15.617

126

0

0

15.617

126

Patata comune

0

0

18.953

105

18.953

105

Totale

1.603.161

6.125

1.820.203

5.429

3.423.364

11.554

Incidenza sul totale regionale

47%

53%

35%

32%

 

Colture orticole in piena aria

Le linee di sviluppo dell’orticoltura di pieno campo vedono in primo luogo una progressiva affermazione delle solanacee, che complessivamente sono giunte ad interessare circa 4.000 ettari, anche se tra questi è censito il pomodoro da industria, che a partire dagli anni ’80 ha interessato tra il 30 ed il 40% dell’intera superficie orticola regionale. Solo in anni più recenti è stata rilevata in una voce distinta il pomodoro da mensa, che è in costante crescita e attualmente si coltiva su oltre 800 ha. Anche il peperone e, secondariamente, la melanzana, hanno mostrato la tendenza ad una moderata crescita, giungendo ad interessare circa 900 ha complessivi, fornendo spesso produzioni a carattere tipico, oramai note nello scenario nazionale come i Peperoni di Senise IGP. Per queste due specie, inizialmente coltivate con l’adozione di piccoli tunnels per la coltura precoce semiforzata, ora si adottano tecniche di coltivazione in tunnel-serra o serra o come colture che susseguono la coltivazione della fragola.

Il secondo gruppo per importanza è costituito dalle brassicacee, la cui rilevanza è stata notevole negli anni ’50 (oltre il 53% della superficie orticola), decrescendo progressivamente fino agli anni ’70, per poi gradualmente recuperare spazi produttivi. Nell’ultimo ventennio, nonostante la contrazione delle superfici destinate a cavolo verza (-300 ha), le brassiche sono complessivamente cresciute di oltre 1.000 ha, fino agli oltre 2.500 ha attuali, particolarmente per l’aumentato interesse per cavolfiore, cavolo rapa e cavolo cappuccio e verza. Degna di nota è la cima di rapa (l’Istat la riporta come broccoletto di rapa): è una specie di antica origine mediterranea, legata ad usanze alimentari ben radicate nell’Italia centro-meridionale, in particolar modo in Puglia, Basilicata, Campania e Calabria dove si coltivano oltre un centinaio di varietà locali.

Il terzo gruppo, la cui importanza è divenuta sempre più rilevante nel tempo, è quello costituito dalle ortive da foglia (principalmente lattughe e scarola indivia). A partire dagli anni ’80 è risultato particolarmente vivace l’interesse per l’indivia, mentre è stata relativamente debole la crescita della lattuga, comunque estesa su oltre 800 ha. L’interesse per spinacio e prezzemolo è risultato storicamente marginale, fatta eccezione per superfici destinate a spinacio da surgelato, per particolari contratti di filiera produttiva con industrie di trasformazione.

Una interessante e costante crescita ha riguardato il gruppo delle ortive da costa che, dopo incrementi lineari ma contenuti ha fatto rilevare una repentina impennata negli ultimi 20 anni. Finocchio, sedano e bietola da coste, rispettivamente coltivate su oltre 800, 160 e 100 ha, sono tra le colture emergenti nel panorama orticolo regionale.

Le cucurbitacee costituiscono un raggruppamento tradizionalmente rilevante tra le orticole lucane e pur essendo state complessivamente interessate da una recente crescita che ha fatto seguito a 3 decenni di progressiva contrazione, hanno evidenziato dinamiche sensibilmente diverse tra le specie. Il melone è recentemente esploso, raggiungendo i 700 ha in coltura. Il cocomero (anguria) ha invece descritto una parabola piuttosto piatta, culminata negli anni ’80, mantenendo sempre una diffusione di poco superiore ai 300 ha. Lo zucchino, comparso negli anni ’60 ma scarsamente diffuso fino agli anni ‘90, negli ultimi quindici anni ha quasi triplicato la propria diffusione (oltre 150 ha). Il cetriolo non si è mai affermato su superfici significativamente ampie. Negli ultimi anni, infine, il comparto della zucca è in continua e positiva evoluzione con trend in crescita un po’ tutte le varietà, anche se il grosso della produzione lucana è rappresentato dalla tipologia Moscata di Provenza, seguita dalla Mantovana e da altre varietà minori. Per quanto riguarda invece le zucche destinate all’industria del trasformato, la tipologia Butternut va per la maggiore ma con superfici e produzioni ridotte.

Il carciofo, che negli anni ‘60 aveva altissima rilevanza nel comprensorio metapontino ed assommava a 1.371 ha, ha accusato una fortissima perdita di superfici fino al 1993 (200 ha), riportandosi, con una tendenza altalenante nel breve periodo, a 520 ha nel 2000 e oltre i 400 nell’ultimo quinquennio, grazie alle innovazioni varietali e dei sistemi colturali, nonché alla forte spinta avuta dagli insediamenti agroindustriali presenti in regione.

I legumi da consumo fresco e le ortive da bulbo, che pure avevano tradizionale importanza negli ordinamenti orticoli lucani, hanno subito una generalizzata contrazione, fino ad assumere importanza secondaria. Fava da orto, cipolla ed aglio non sono stati censiti nel 2000, mentre il pisello fresco interessa una superficie di poco superiore ai 50 ettari. Il solo fagiolo fresco ha attraversato, a partire dagli anni ’70 a livello regionale, una lunga fase stazionaria, mantenendo circa 200 ha in coltura, grazie anche ad una politica di promozione della qualità e tipicità di alcune produzioni quali il Fagiolo di Sarconi (IGP) e quello di Rotonda (DOP).

Tra le specie costantemente presenti nel comprensorio metapontino, ma che hanno stentato ad affermarsi, restando confinate entro superfici sempre inferiori a 100 ha, sono da annoverare l’asparago (anche in coltura semiforzata) ed alcune ortive da radice (carota e barbabietola da orto).

 

Colture orticole protette

Le prime coltivazioni sotto serra sono state censite dall’ISTAT all’inizio degli anni ’80, ma in quell’epoca era già da tempo ampiamente praticato il ricorso alle tecniche di semiforzatura (in special modo sulla fragola, secondariamente su melone, peperone e melanzana) con tunnel protettivi applicati solo nella parte iniziale del ciclo colturale.

Escludendo le colture semiforzate, censite tra quelle di pieno campo, le strutture protettive permanenti mostrano tutt’oggi una diffusione relativamente limitata, anche se i dati ufficiali appaiono largamente sottostimati. Rispetto a quello delle coltivazioni in pien’aria, l’elenco delle specie coltivate sotto serra è piuttosto ristretto ed interessa circa una dozzina di colture. Tra queste, quelle estese su più di 10 ettari sono state pomodoro (cherry e a grappolo), peperone, indivia, cavolo rapa, melone e tutte le specie orticole da taglio (baby leaf).

 

Conclusioni

L’analisi dei dati aggiornati ha reso evidente una vocazione orto-frutticola regionale estesa a numerose specie che determinano un calendario produttivo particolarmente ampio, con produzioni di livello quantitativo e qualitativo spesso in linea o superiore al dato medio nazionale.

Questi fattori indicano, pur nella ristrettezza delle superfici, una intrinseca solidità del comparto, che contribuisce alla formazione della PLV regionale ed assicura elevati livelli occupazionali ed importanti flussi commerciali diretti sempre più verso i ricchi mercati europei. La carenza di strutture ben organizzate per la lavorazione dei prodotti, una maggiore capacità organizzativa per essere competitivi sui mercati, ed i crescenti costi delle tecniche di forzatura e di produzione sono causa di un persistente malessere negli agricoltori, aumentato anche dalla scarsa remunerazione economica e profitto generato a fine ciclo produttivo. È da evidenziare, inoltre, il problema del collocamento sul mercato a prezzi competitivi, che è l’attuale diffusa preoccupazione a causa della notevole concorrenza dei prodotti di tutta l’area mediterranea.

Sotto il profilo tecnico, l’orto-frutticoltura lucana può essere definita di ottimo livello per la capacità degli agricoltori all’aggiornamento varietale ed alle pratiche colturali. L’ampio ventaglio produttivo conferisce al settore potenzialità di rapido adattamento a nuove situazioni di mercato, ma risulta spesso carente la presenza di strutture associative e commerciali adeguate, in grado di valorizzare tanto i prodotti tipici regionali e di qualità elevata (biologico ed integrato in primis), quanto quelli standard, destinati a confrontarsi duramente con il mercato.

Questa analisi regionale, bisognosa di ulteriori approfondimenti per le singole realtà locali, evidenzia che la Basilicata è un classico esempio dove le precarie condizioni economiche e le preoccupazioni di un continuo esodo di forze giovanili impongono sinergie tra produzione agricola, sviluppo rurale, turismo rurale, favorito anche dalle bellezze paesaggistiche, con il mantenimento di antiche tradizioni artigianali e culturali, prodotti agricoli tipici, genuini e di qualità e, in definitiva, un nuovo sviluppo territoriale da implementare.

Agrifoglio n. 104 -  

Temi
Produzioni agroalimentari di qualità
Autori
Carmelo  Mennone

Funzionario ALSIA

Vincenzo  Montesano

Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Bioscienze e BioRisorse