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Salute delle piante: "Nel biologico si salvaguarda preservando fertilità del suolo e biodiversità"

Vincenzo Ritunnano, tecnico di controllo senior dell'ICEA Basilicata, suggerisce alcune buone pratiche da adottare e gli errori da evitare
didascalia.

Apicoltura biologica nomade in agro di Pietragalla.

Data:23 Jul 2020

Questo è l’anno internazionale della salute delle piante. Cosa si è fatto e cosa si sta facendo in Basilicata per favorirla e salvaguardarla nel settore del biologico? Ne abbiamo parlato con Vincenzo Ritunnano, tecnico di controllo senior della sede operativa territoriale Basilicata dell’ICEA (Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale). L'ICEA è un consorzio senza fini di lucro, che dal 1991 è tra gli organismi autorizzati dal Ministero per le politiche agricole, forestali e alimentari al controllo delle produzioni da agricoltura biologica. L'ICEA controlla e certifica prodotti e servizi ottenuti nel rispetto di standard  etici e ambientali, in un campo di attività che va dall’agricoltura biologica, al tessile bio, alla bio architettura, alla bio cosmesi, al turismo sostenibile, alla responsabilità sociale di impresa.

“La salute delle piante dipende innanzitutto dalla salute dell’ecosistema in cui vivono – ci spiega Ritunnano. Per questo la salute delle piante in agricoltura biologica viene salvaguardata innanzitutto con pratiche colturali finalizzate a rigenerare e mantenere la fertilità del suolo e la biodiversità naturale e coltivata. Solo a completamento e non in sostituzione di tali pratiche è possibile ricorrere all’utilizzo di antiparassitari ammessi dalle leggi sul biologico, costituiti da sostanze attive derivanti o costituiti da minerali o organismi viventi, non derivanti da sintesi chimica.

La salute delle piante è indissolubilmente legata alle condizioni ambientali in cui questi esseri vivono. L’agricoltura intensiva ha prodotto un progressivo impoverimento del terreno e anche sulla Collina materana investita a cerealicoltura intensiva si riscontrano fenomeni di desertificazione e sterilità. Come invertire la rotta?

“La conversione al biologico di estesi comprensori oggi caratterizzati da cerealicoltura intensiva convenzionale sarebbe di per sé un’inversione di rotta, comportando l’abbandono della monosuccessione e della monocoltura in favore della rotazione e della diversificazione colturale, la completa sostituzione dei diserbi chimici con il controllo meccanico ed agronomico delle erbe spontanee, il completo abbandono dei fertilizzanti chimici e la ripresa degli apporti e della gestione conservativa della sostanza organica nel suolo”.

Quali  le “buone pratiche” da adottare per migliorare la qualità del terreno e la fertilità del suolo?

“Pratiche che riducono il compattamento del suolo come l’uso di macchine più rispettose della struttura del terreno o l’inerbimento permanente e controllato negli arboreti. Pratiche che riducono o evitano l’inversione degli strati del suolo come le minime lavorazioni o le lavorazioni a due strati. Pratiche che riducono l’esposizione del suolo all’erosione,  al dilavamento, al ristagno, all’esposizione prolungata all’insolazione estiva, come le sistemazioni idrauliche agrarie e le colture di copertura. Si tratta di pratiche ormai universalmente note e di comprovata efficacia, spesso trascurate per scarsità di mezzi o di tempo, spesso sostituite in convenzionale con l’uso di macchine potenti e apporti di mezzi chimici. In agricoltura bio sono pratiche basilari assieme all’apporto ed alla gestione nel suolo della sostanza organica”.

In assenza di aziende a ciclo chiuso, avviare filiere corte locali in grado di recuperare anche attraverso il compostaggio la frazione organica degli scarti zootecnici e agricoli  potrebbe essere una strada?

“Per l’agricoltura biologica l’azienda agricola a ciclo chiuso è un modello di riferimento, cui tendere  cooperando con le altre aziende bio del territorio, con l’obiettivo di generare servizi ambientali, resilienza ed adattamento verso il riscaldamento climatico, e cibo di qualità, disponibile innanzitutto per la comunità locale, in quantità costante nel tempo e sufficiente a sostenere equamente chi lavora la terra.

L’azienda a ciclo chiuso biologica dovrebbe ricostruire l’agroecosistema, con il suo ciclo della materia ed il suo flusso di energia, le sue reti alimentari. L’allevamento zootecnico dovrebbe essere in equilibrio con il terreno, di modo che gli animali possano trarre da esso tutti gli alimenti di cui hanno bisogno e possano ad esso restituire la sostanza organica in quantità e di qualità adeguate alla conservazione della fertilità. La presenza di siepi, corridoi ecologici naturali e colture di specie diverse dovrebbe consentire l’equilibrio dinamico tra popolazioni di insetti utili e popolazioni di insetti dannosi, a tutto vantaggio della salute delle piante. L’agricoltore utilizzando le risorse interne, assieme a quelle derivanti da scambi sociali e dalla conoscenza e ricerca scientifica, dovrebbe autoprodurre semi e piante adatte all’ambiente di coltivazione come pure i mezzi per favorire la difesa delle piante (per es. macerati o estratti di erbe, te di compost, propoli, preparati biodinamici, …). Oggi che la specializzazione produttiva si è spinta fino agli allevamenti senza terra e alle monocolture su terreni al limite della desertificazione, occorre ricostruire il ciclo chiuso a livello di territorio”.

La biodiversità agraria non può prescindere dalla variabilità genetica. Quanto questo è ancora un aspetto trascurato nella scelta delle varietà da coltivare?

“La scarsa disponibilità di sementi e piante adatte alla coltivazione con metodo biologico è un dato di fatto e costituisce un importante limite allo sviluppo produttivo dell’agricoltura biologica. Le  varietà selezionate per l’uso in agricoltura convenzionale richiedono per esprimere pienamente il proprio potenziale produttivo l’apporto di rilevanti imput chimici, idrici, energetici durante la coltivazione. L’agricoltura biologica ha bisogno invece di tipi genetici adattati o adattabili all’ambiente ed a una tecnica di coltivazione con una limitata disponibilità di mezzi tecnici. Le strategie messe in campo dagli agricoltori biologici per superare tale limite vanno dal recupero di “antiche” varietà (è il caso dei grani a taglia alta come il Cappelli, capaci di competere efficacemente con le erbe infestanti o aumentare il tenore proteico della granella anche in presenza di scarsi apporti azotati), alle popolazioni evolutive (popolazioni di piante della stessa specie ma con un’alta variabilità genetica, ottenute riseminando miscugli anziché varietà in purezza, che nel tempo tendono ad evolversi sotto la pressione selettiva esercitata dall’ambiente e dal metodo produttivo).   Resta in ogni caso fermo il divieto dell’uso di Organismo Geneticamente Modificati in agricoltura biologica.

La scelta dell’Unione europea di puntare a un uso sostenibile dei pesticidi e alla protezione della biodiversità (Farm to Fork)  quanto e come può incidere nell’indirizzare verso pratiche agricole attente non solo alla produttività ma anche al rispetto dell’ambiente e della salute del Pianeta?

“La Commissione UE nella comunicazione del 20 maggio 2020 al Parlamento europeo “Una strategia dal produttore al consumatore, per un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell'ambiente” propone i seguenti obiettivi da conseguire entro il 2030: aumentare le superfici ad agricoltura biologica dall’attuale 8% al 25% del totale dei terreni agricoli, ridurre di almeno il 50% l’uso di pesticidi chimici, ridurre di almeno il 20% l’uso di fertilizzanti chimici, ridurre di almeno il 50% le vendite di farmaci antimicrobici utilizzati negli allevamenti zootecnici ed in acquacoltura.

Se alle parole seguiranno i fatti ovvero una riforma della PAC coerente con tali obiettivi,sarà finalmente avviata la transizione verso un modello di produzione, distribuzione e consumo del cibo più rispettoso della salute degli esseri viventi e dell’ambiente, motivo per cui è nata e si è sviluppata l’agricoltura biologica.

Quali misure, invece, anche a livello regionale, sarebbero ancora necessarie per incoraggiare metodi di coltivazione “responsabili”?

“A giugno 2021 termina il periodo di validità dell’unica misura di sostegno diretto al biologico attivata nel 2016 nell’ambito del PSR Basilicata. Sarebbe l’occasione per aggiornare la politica di sviluppo rurale regionale alla luce degli obiettivi della strategia europea del “Farm to Fork”.

Occorrerebbe in tal senso incentivare il biologico magari recuperando risorse da quelle misure agroclimatico -ambientali che attualmente premiano pratiche che prevedono l’utilizzo di mezzi chimici pericolosi (è il caso degli incentivi ambientali concessi per pratiche quali la semina su sodo che prevede l’utilizzo di glifosato – vi sono regioni come la Calabria o la Toscana che hanno già escluso il sostegno a pratiche che prevedono l’uso del glifosato).

Come pure sarebbe l’occasione per colmare alcune “fallanze” quali l’assenza di incentivi alla pratica del sovescio nella rotazione dei seminativi bio, alla cura e utilizzo dei pascoli per l’allevamento zootecnico estensivo , alla coltivazione di specie officinali e aromatiche.

Non di soli premi a superficie vive il biologico. Al dilà degli incentivi alla riconversione della singola azienda, occorrono politiche che guardino alla riconversione dei territori. Si potrebbe per esempio sostenere la nascita di Biodistretti rurali, sulla base di progetti improntati sui valori del biologico, concepiti e attuati da soggetti pubblici e privati di comunità locali, legati ad un determinato territorio.

Il biodistretto è l’ambito ideale per attivare economie circolari e offrire lo sbocco locale alle aziende bio attraverso la fornitura di cibo-bio alla ristorazione collettiva (già oggi sono disponibili incentivi pubblici per le mense scolastiche bio), ai mercati contadini, a piccoli laboratori polifunzionali di trasformazione e piccole piattaforme logistiche ad uso collettivo, servizi per il tempo libero e il turismo sostenibile, materie prime per la bioarchitettura (per esempio canapa per la bioedilizia ricavata da coltivazioni no food in aree da bonificare), servizi per l’integrazione sociale e il contrasto al caporalato (agricoltura sociale).

Nei biodistretti sarebbe possibile attivare impianti di compostaggio di piccole dimensioni che recuperano rifiuti organici prodotti sul territorio e li trasformano in compost di qualità da restituire a costi contenuti ed in condizioni di sicurezza alle aziende agricole del comprensorio. Utilizzando  e mettendo in rete esperienze già in atto sul territorio quali quelle del progetto CARBONFARM, cui l’ALSIA ha partecipato, o quelle del compostaggio in azienda agricola (compostaggio con i preparati biodinamici, compostaggio con i lombrichi, compostaggio aerobico ed anaerobico con tecniche di Agricoltura Organica Rigenerativa).

Come pure i biodistretti sarebbero l’ambito ideale dove promuovere sistemi sementieri locali, dove attivare la selezione partecipativa di nuove varietà adatte al bio o creare nuove popolazioni evolutive capaci di far fronte al cambiamento climatico che avanza, custodire on farm e valorizzare la biodiversità recuperata o da recuperare (utilizzando per esempio il grande lavoro che l’ALSIA sta svolgendo presso le proprie aziende sperimentali – come nel caso della  Carosella, antica e pregiata popolazione di grano tenero recuperato sul Pollino), iscrivere e rendere effettivamente disponibili nuove varietà nel Registro delle Varietà da Conservazione. Tutto ciò rendendo protagonisti i produttori e riattivando a livello locale quella leva che storicamente ha consentito il successo dell’agricoltura, lo scambio e l’autoproduzione di sementi a livello locale. Nell’ambito dei Biodistretti si potrebbe avviare la certificazione di gruppo e la certificazione partecipata, per aumentare la fiducia dei consumatori e delle comunità locali nel bio.

Tutto ciò a nulla servirebbe però se non si pone un argine a fattori di rischio ambientale, quali siti inquinati di interesse nazionale o infrasttrutture petrolifere, posti in pieno territorio agricolo o a ridosso di importanti riserve di acqua irrigua, che minacciano direttamente molte aziende agricole in zone di grande pregio paesaggistico e di prima qualità per la produzione agricola e mettono a rischio la fiducia nella qualità della produzione alimentare regionale. Per questo occorrono bonifiche, controlli e monitoraggi pubblici e indipendenti anche nelle aziende agricole e sulla filiera alimentare e soprattutto un ripensamento del futuro di una regione come la nostra, assolutamente ancora vocata al paesaggio, all’ambiente, all’agricoltura di qualità”.

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Agrifoglio n. 97 -  

Temi
Biodiversità SeDI
Autori
Margherita Agata

Fpa srl