Focus

La difesa dalle malattie nell’Anno Internazionale della Salute delle Piante

Nella visione "One Health", proteggere la salute delle piante significa proteggere anche quella dell’uomo, degli animali e dell’ambiente
didascalia.

Complesso del disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRo) causato da Xylella fastidiosa.

Data:23 Jul 2020

La salute delle piante al tempo del Covid-19

Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2020 l’Anno Internazionale della Salute delle Piante. Le piante sono alla base della vita sulla terra e forniscono il necessario per la nutrizione e la vita di animali e uomini. Appare, pertanto, di primaria importanza tutelare la loro la salute per poter assicurare la sopravvivenza dell’intero pianeta. Negli ultimi tempi, si è andato affermando sempre più il concetto di One Health, cioè di salute unica, che è stato adottato da tutti gli organismi internazionali che si occupano soprattutto di malattie infettive, e che pone in evidenza il fatto che la salute dell’uomo, quella degli animali e quella dell’ambiente sono strettamente interconnesse. Queste tre componenti (l’ambiente comprende ovviamente anche le piante) fanno parte di una sola unità complessa che riesce a vivere e svilupparsi solo se la salute di ogni sua parte è salvaguardata. Un’alterazione dei rapporti esistenti tra uomo-animali-ambiente può condurre a scompensi nelle loro relazioni ecosistemiche che possono produrre conseguenze anche catastrofiche, come avviene nelle malattie zoonotiche (vedi Covid-19). Nella visione One Health, quindi, proteggere la salute delle piante, significa proteggere anche la salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente più in generale, con effetti positivi non solo alla produzione di cibo e ossigeno, ma anche sulla sicurezza e qualità alimentare.

Difesa delle piante ed evoluzione nell’uso degli agrofarmaci

Al pari di uomini e animali, anche le piante si ammalano: si stima che l’attacco di patogeni e insetti dannosi distrugge il 40% circa dell’intera produzione agraria. Alcune malattie hanno avuto un impatto socio-economico drammatico sulle popolazioni: si pensi, per esempio, alla peronospora della patata in Irlanda che a metà del 1800, distruggendo il raccolto per alcune annate di seguito, causò una carestia che portò alla morte circa un milione di persone e ne costrinse altrettante ad emigrare negli Stati Uniti; la ruggine del caffè a Ceylon che pose fine alla coltivazione di questa pianta, dando inizio alla coltivazione del tè nell’isola; il cancro della corteccia del castagno che devastò il patrimonio castanicolo negli Stati Uniti. In tempi recentissimi, in Puglia, si è verificata un’epidemia gravissima, il complesso del disseccamento rapido dell’olivo, causato da Xylella fastidiosa, che ha distrutto migliaia di piante con ingenti ripercussioni sull’economia e sul paesaggio della regione.

Si può dire che da quando si è sviluppata l’agricoltura, l’uomo ha avuto il suo da fare per cercare di controllare le malattie delle piante. L’inizio della lotta con sostanze attive di sintesi si può far risalire al 1755 quando Tillet dimostrò l’efficacia del salnitro contro la carie del grano. A seguire, nel 1800, contro la stessa malattia, Prevost usò i sali di rame, mentre Proust scoprì la poltiglia bordolese. Uno sviluppo significativo degli agrofarmaci, comunque, si è avuto solo a partire dagli anni ’40 del secolo scorso, con l’avvento della cosiddetta “Green Revolution”, e continuò negli anni ’50 e ’60. L’impiego di agrofarmaci insieme all’introduzione di varietà di cereali ad alta resa, e di nuove tecnologie agricole portò a un deciso aumento della produzione agricola mondiale. A parte i fertilizzanti che ebbero un ruolo cruciale, in quel periodo furono introdotti alcuni dei fungicidi più utilizzati quali i ditiocarbammati, i benzimidazolici, i morfolinici e i ftalonitrilici. Dopo il 1970 si ebbe l’introduzione di altre molecole quali i triazolici, i dicarbossimidici, i fenilammidici, i fenilpirrolici, le ammidi degli acidi carbossilici, le strobilurine, ecc. Questa intensa proliferazione di agrofarmaci si è protratta fino ai primi anni del secolo attuale con la sintesi di molecole più efficaci a dosi basse e meno impattanti sulla salute dell’uomo e dell’ambiente. L’impiego massiccio degli agrofarmaci nella difesa delle piante, comunque, ha indotto, circa una decina di anni fa, la Comunità Europea a emanare un quadro normativo per il loro uso sostenibile: nel Regolamento CE n. 1107/2009 sono riportate tutte le norme relative all’autorizzazione, all’immissione sul mercato, all’impiego e al controllo degli agrofarmaci, mentre il Piano d’Azione Nazionale (PAN), adottato in Italia nel 2014, regola tutte le attività associate al loro uso. In particolare, il PAN si propone di prevedere la difesa a basso apporto di prodotti fitosanitari delle colture agrarie, al fine di salvaguardare un alto livello di biodiversità e la protezione delle avversità biotiche delle piante, privilegiando le opportune tecniche agronomiche e di incrementare le superfici agrarie condotte con il metodo dell’agricoltura biologica e della difesa integrata.

Strategie di difesa delle piante in futuro

“Prevenire è meglio che curare” sarà la formula che guiderà le strategie di difesa delle piante nel futuro. Questo principio, in alcuni casi come quelli relativi ai cambiamenti climatici e all’invasione di specie aliene, dovrà trovare la sua più ampia applicazione. Più in generale, occorre trovare, per la difesa delle piante dalle malattie, nuove soluzioni in linea con il concetto One Health, passando dalla sicurezza alimentare, ai cambiamenti climatici, dalla resistenza microbica alla difesa dell’ambiente e della biodiversità. Bisogna subito dire, comunque, che per quanto riguarda l’eliminazione degli agrofarmaci nella lotta alle malattie, attualmente, è impensabile che la filiera agroalimentare possa farne a meno se si vuole garantire una produzione di cibo sufficiente per la popolazione mondiale. È possibile, però, a parte, l’uso sostenibile degli agrofarmaci e l’impiego della lotta integrata, adottare una serie di misure, alcune tradizionali, altre innovative, per la protezione delle piante. Si può, per esempio, incrementare ulteriormente la lotta biologica con l’introduzione di nuovi biopesticidi basati sull’impiego di microorganismi antagonisti o, come sta avvenendo più recentemente, di microbioti. L’introduzione di piante resistenti o tolleranti ai patogeni può essere aumentata seguendo sia metodologie tradizionali, sia tecnologie molecolari per velocizzare la procedura degli incroci. Un notevole aiuto può essere fornito anche dall’impiego di modelli matematici previsionali che, studiando gli effetti di parametri ambientali quali la temperatura, l’umidità, ecc., possono prevedere il momento più favorevole all’attacco di un patogeno per consentirci di intervenire solo quando è realmente necessario, con benefici per l’ambiente e risparmi notevoli sui costi. Per prevenire l’introduzione e limitare la diffusione di specie aliene, una vera calamità per la moderna agricoltura, dovuta alla globalizzazione e alla movimentazione di ingenti quantitativi di merci, è necessaria una più stretta sorveglianza alle frontiere e un sempre più attento monitoraggio dei territori. Le specie aliene, non trovando antagonisti naturali nei nuovi areali in cui arrivano, si moltiplicano rapidamente con gravi conseguenze sull’ambiente e sulla biodiversità degli ecosistemi autoctoni. Anche la diffusione dell’agricoltura di precisione, basata sull’innovazione digitale, che utilizza strumenti e macchinari in grado di ottimizzare l’uso delle risorse naturali, evitando sprechi e inquinamento ambientale, potrà dare un significativo contributo alla difesa sostenibile delle piante: con essa l’impiego degli agrofarmaci è ridotto al minimo senza perdere in efficacia.

L’adozione di tutte queste misure, contestualizzate nel concetto One Health e realizzate con approcci multidisciplinari, potrà assicurare un controllo sostenibile delle malattie delle piante e, contemporaneamente, contribuire alla sicurezza alimentare e ambientale.

Agrifoglio n. 97 -  

Temi
SeDI
Autori
Matteo  Lorito

Dipartimento di Agraria, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Portici (NA)

Felice  Scala

Dipartimento di Agraria, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Portici (NA)