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Funky tomato: come alimentare la cultura con il pomodoro anticaporalato

Guido De Togni: "La nostra è una filiera etica in cui si produce in modo sostenibile a livello economico ed ecologico "
didascalia.

Uno scatto della mostra fotografica "Rivoluzione Funky Tomato" .

Data:25 Jun 2020

Alimentare la cultura per combattere il caporalato. È questa la sfida di Funky Tomato, la filiera etica del pomodoro, con sede a Venosa (PZ), nata nel 2015, quando a morire di “fatica” nei campi fu la bracciante Paola Clemente.  

Un contratto di rete e un disciplinare condiviso sono alla base di una solida alleanza tra aziende profit e organizzazioni no profit, che hanno unito le forze per proporre ai consumatori prodotti provenienti da una filiera trasparente e partecipata.

“Abbiamo indagato le criticità e i problemi del funzionamento della filiera di produzione del pomodoro – spiega ad Agrifoglio Guido De Togni, cultural manager di Funky Tomato - e abbiamo voluta riorganizzarla per darle una struttura ispirata ai principi della dignità, della partecipazione e della multiculturalità, scritti in un disciplinare di produzione di garanzia”.

Funky Tomato è la prima filiera che inserisce al proprio interno l’elemento culturale, come punto fondamentale e decisivo per immaginare e sperimentare un nuovo modello di produzione. Il progetto ha visto la partecipazione di contadini, produttori, ricercatori, mondo dei Gas, tutti uniti nella lotta contro lo sfruttamento e per la dignità del lavoro e delle persone, contro la speculazione e per un’economia più etica e responsabilizzata.

“Andando avanti con il progetto - racconta De Togni - ci siamo resi conto che non solo i braccianti ma tutti i soggetti della filiera sono oggetto di sfruttamento, perciò abbiamo realizzato una filiera di produzione di conserve di pomodoro che garantisce il rispetto e la dignità di tutti gli attori coinvolti, promuovendo un’agricoltura diversificata, attenta alle relazioni di lavoro, capace di costruire percorsi di inserimento lavorativo e di interazione culturale. Siamo riusciti ad ottenere un prodotto amico della biodiversità, rispettoso dei lavoratori e ad un prezzo accessibile”.

Alla base del contratto di rete c’è un disciplinare etico di produzione condiviso da tutti i soggetti (agricoltori, imprese, intermediari, lavoratori), “con una struttura circolare a rete che rende trasparente il prezzo e la filiera”.

Le coltivazioni sono biologiche e naturali e sono situate principalmente al sud e in particolare in Puglia, Calabria e Campania.

In Basilicata a far parte della rete Funky Tomato, sono un piccolo produttore di Rotondella (MT) e la Comunanza del cibo Pollino, una rete di piccole aziende, principalmente a conduzione familiare, che hanno risposto alla chiamata di Federico Valicenti, chef di Terranova di Pollino (PZ), alfiere del cibo semplice, ma con una storia importante alle spalle.

“Siamo partiti con una piccola produzione - dice De Togni - per cercare di capire come si poteva organizzare più efficacemente la filiera e per verificare la risposta dei consumatori. Il risultato è stato che, grazie alla campagna di pre-acquisto dei prodotti, nel 2019 siamo arrivati a fatturare oltre 400 mila euro di pomodoro. Da quando il prezzo finale è diventato più accessibile (90 centesimi per 400 gr di prodotto) e ha coinvolto il mondo della ristorazione siamo cresciuti molto, soprattutto all’estero, dove c’è una cultura più diffusa rispetto alle produzioni etiche”.

Il modello del prezzo trasparente si è rivelato vincente e ha aiutato a crescere anche la consapevolezza nei consumatori, diventati così numerosi da imporre un ripensamento delle modalità di distribuzione del prodotto. “La campagna di pre-acquisto 2020 - spiega Guido - non è ancora partita, proprio perché stiamo lavorando a una piattaforma di e-commerce in grado di soddisfare tutte le richieste”.

A proposito dello slogan #alimentarelacultura, in bella evidenza sull’etichetta, Guido De Togni sottolinea che “Funky Tomato porta avanti una rivoluzione culturale, non identifica un nemico ma crede che tutti siano parte della soluzione. Ecco perché una quota del nostro vasetto viene investita in progetti culturali legati al territorio su cui andiamo a impattare”.

Il  Funky Tomato party a Napoli che ha portato diversi artisti sul palco ne è un esempio, come l’esperienza di  Radio Ghetto e la piattaforma giornalistica “Italia che cambia” per diffondere buone pratiche.

“Il nostro progetto – aggiunge il cultural manager di Funky Tomato – dimostra che è possibile produrre in modo sostenibile a livello economico ed ecologico. Sostenibile per chi lavora nei campi, per chi produce e per chi acquista e poi mangia. Questo tipo di processo funziona e potrebbe essere replicato in altre filiere identiche alle nostre come pasta, olio, vino, e simili. Quando abbiamo dato vita a Funky Tomato - conclude - non ci interessava essere un modello vincente, ma un modello replicabile. La cultura si alimenta anche così”.

 

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Agrifoglio n. 96 -  

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Autori
Margherita Agata

FPA srl