Carta e penna

Il primo quarto
didascalia.

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Data:30 Sep 2020

Edoardo VII diceva che “Il vino non si beve soltanto: si annusa, si osserva, si gusta, si sorseggia e... se ne parla”. Io, per ora, ne parlo. "Sono i capillari". "No, gli enzimi". "Ma va, è solo una questione di testa". Insomma, come la si giri e la si volti, appena tocco il vino la tseta mi gira e farfuglio. Basta un sorso.

Mi perdo molto, ne sono certo. Perdo uno dei grandi piaceri della tavola e dello stare insieme. Annuso, osservo il rosso - che adoro - traguardandolo controluce nel bicchiere, e lo faccio roteare piano, per annusarlo ancora. E poi niente, passo a parlarne, il più delle volte quasi difendendomi per il sacrilegio commesso nel non averlo neanche assaggiato. Ascolto i discorsi dei commensali, un modo per tentare di condividere una scelta, un modo di essere. La lingua che ha spinto sul palato, per spandere il sapore. Il dolce, l’acido, il salato. Oppure l’amaro, il fruttato, o lo speziato. E dopo, il retrogusto, le sfumature: “astringente”, oppure “caldo”. L’idea del “morbido”, poi, mi incanta.

Poeti e scrittori di ogni dove, nel tempo hanno declamato e raccontato il vino come elemento necessario per ogni appuntamento giocoso, per ogni festa, per esaltare il conseguimento di un risultato positivo o per dimenticare una sconfitta. A metà tra bene e male, un insieme di misticismo e trasgressione, strumento dualistico di elevazione spirituale e di perdizione. Come Dioniso, dio del vino, il Bacco per i Romani: mezzo uomo e mezzo capro.

Un mito, per superare i limiti terreni. Charles Baudelaire (1821-1867), “poeta maledetto”, ispirato dal desiderio di fuggire dalla realtà e dalla sua malattia nel suo "I paradisi artificiali", una raccolta di saggi e riflessioni sul vino e sulle droghe, scrive: “Se il vino sparisse dalla produzione umana, credo che si aprirebbe, nella salute e nell’intelletto del pianeta, un vuoto, un’assenza, una mancanza molto più spaventosa di tutti gli eccessi e le deviazioni di cui si rende responsabile il vino”.

Il consumo di vino, in Italia come nel mondo, sta calando. Non per colpa di persone come me, credo. Non per colpa mia, di sicuro. Cambiano i gusti, si appiattiscono sul "tutto e subito", in barba al rito, al gusto, al mito. Per contrastare questa perdita, fanno capolino nuove strategie di mercato: il recupero della lentezza, dell'ascolto del territorio, e degli antichi vitigni che lo raccontano. La Basilicata fa la sua parte, con l'ALSIA impegnata a ricercare e valorizzare l'agrobiodiversità di questo prestigioso comparto.

Io intanto continuerò a inseguire il mio primo "quarto". Arriverà, lo sento, mentre disteso sotto la quercia osservo trasognato - in questo sono un esperto - quel vigneto che ricopre la spalla della collina. Forse non alzerò la media dei consumi neanche del condominio, ma anch'io farò la mia parte per rafforzare il mito.

 

Agrifoglio n. 99 - Settembre 2020

Temi
Autori
Sergio Gallo

ALSIA

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