OLIVEMAP, un progetto del CREA racconta le dinamiche dell’olivicoltura lucana

Abbandono, espianto e vendita olive fuori regione, mentre si punta alla qualità con DOP e IGP. Ma occorre lavorare ancora sui dati
didascalia.

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Data:15 Sep 2020

Disponibilità e qualità dei dati che descrivono la struttura e l'evoluzione di un settore produttivo costituiscono la base indispensabile per impostare qualsiasi intervento da parte del decisore politico. Ciò è particolarmente vero per il settore olivicolo, che ha la peculiarità di interessare in modo diffuso il territorio nelle diverse fasce altimetriche, assumendo anche una rilevante valenza paesaggistica.

In generale si conoscono abbastanza nei dettagli gli aspetti qualitativi e quantitativi della produzione di olive e di olio, mentre in molti casi le conoscenze sono piuttosto lacunose o discordanti rispetto a superfici, numero di aziende e loro caratteristiche. Inoltre i dati statistici disponibili non permettono di conoscere la consistenza delle diverse tipologie di impianto o dei metodi di gestione degli oliveti.

Il progetto OLIVEMAP, finanziato dal Piano Olivicolo Nazionale 2016-2020 e portato avanti dal CREA, ha affrontato queste tematiche con il doppio obiettivo di realizzare la mappatura delle aree olivicole in Italia e descrivere caratteristiche, operatività ed efficacia delle Organizzazioni dei Produttori (OP) olivicole attraverso parametri strutturali e di bilancio.

La digitalizzazione e la mappatura delle superfici olivetate è stata ottenuta integrando più basi di dati mediante l’impiego dei più recenti strumenti tecnologici del telerilevamento al fine di fornire dati univoci e ufficiali sul settore. Il Gis-web realizzato nell'ambito del progetto è interrogabile su scala variabile a partire da porzioni di territorio minime di 100 ha fino ad un massimo di 20.000 ha. Per ora il Gis è stato focalizzato solo su tre regioni obiettivo: Puglia, Calabria e Sicilia ed è consultabile sul sito OLIVEMAP

L’integrazione di questa mappatura con altri strati informativi (aree irrigue, pendenza ed esposizione, presenza di sistemazioni agrarie, grado di copertura del suolo, ecc.) può permettere la realizzazione di cartografie tematiche su larga scala. Le potenzialità di analisi di questi strumenti, se adeguatamente sfruttate, sono indubbiamente utili per la programmazione delle politiche di settore.

L’altro filone del progetto OLIVEMAP ha riguardato l’analisi a livello nazionale delle OP olivicole per comprenderne le caratteristiche delle aziende associate, i servizi di assistenza e formazione forniti e soprattutto la loro operatività nella fase di commercializzazione del prodotto mediante strumenti di aggregazione dell’offerta.

L’indagine ha messo in luce che nel 2019 le OP olivicole che hanno commercializzato olive e/o olio in Italia erano 134. A queste aderivano circa 398.000 aziende, pari al 32% del totale delle aziende olivicole e al 40% della superficie olivetata nazionale. Si rilevano differenze sostanziali fra le diverse regioni. Con riferimento alla quota di aziende che aderiscono a OP, si osserva che solo in Puglia la percentuale è notevole (54% del totale regionale), in 7 regioni aderisce una percentuale compresa tra il 30 ed il 40%, mentre in 5 regioni aderisce alle OP solo una percentuale compresa tra il 20 ed il 30%.

In generale si osserva che le aziende aderenti alle OP ricadono in classi di superficie mediamente più alte di quelle non aderenti, dimostrando quindi una maggiore propensione ad associarsi al crescere della superficie aziendale.

 

La situazione del settore in Basilicata

Aziende e superfici

Il Censimento agricoltura ISTAT del 2010 aveva rilevato in Basilicata 28.002 ettari di olivo, ripartiti tra un numero totale di 32.830 aziende e quindi con una superficie media aziendale regionale di 0,85 ha, mentre i dati ISTAT relativi al 2019, derivanti dalla metodologia di tipo estimativo adottata dopo l'ultimo censimento, danno 26.086 ettari di superficie regionale.

La superficie mappata dal progetto OLIVEMAP al 2019 risulta invece di 23.949 ettari, sensibilmente inferiore, ma in parte potrebbe dipendere dal fatto che il progetto ha considerato per ora solo superfici superiori a 5.000 m2. Nonostante una certa discrepanza tra i dati ISTAT e quelli basati sul telerilevamento, in ogni caso si registra una diminuzione della superficie olivetata regionale negli ultimi anni. Di certo, queste differenze confermano il bisogno di disporre di dati certi e univoci che descrivano realisticamente il settore.

Produzione e OP

La produzione di olio regionale si aggira mediamente intorno alle 4.400 tonnellate annue, pari all’1,4% della produzione nazionale. Nel 2018, annata problematica, è scesa addirittura a 1.200 tonnellate, mentre nel 2019 è risalita ad oltre 6.000 (vedi Agrifoglio n. 94 – aprile 2020 e tabella della Produzione italiana di olio di oliva di pressione per regione).

Secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2019, in Basilicata operano 7 Organizzazioni dei Produttori olivicoli, a cui aderiscono 6.704 soci, con una superficie olivetata di 7.189 ettari che rappresenta circa il 27% rispetto al dato ISTAT del 2019. Per la tabella delle O.P. Olivicole lucane clicca QUI

Una indicazione sul peso delle OP lucane nella commercializzazione si può ricavare con una semplice riflessione: dato il valore della produzione commercializzata nel 2019 di circa 1,9 milioni di euro (vedi tabella sopra menzionata) e ipotizzando un prezzo medio di vendita da 5 a 7 €/kg, queste commercializzerebbero allo stato attuale una quantità variabile da 374 a 267 tonnellate, cioè dal 8,5% al 6,0% della produzione media regionale.

Sono livelli ancora insufficienti per consentire alle OP di assolvere al meglio alla loro funzione di commercializzazione attraverso l’aggregazione dell’offerta. Si può ipotizzare che a questa situazione concorrono, oltre al basso livello di associazione, anche motivi legati alla struttura del settore olivicolo regionale, caratterizzato da molte piccole e piccolissime superfici la cui produzione viene inevitabilmente destinata all'autoconsumo o alla vendita diretta nella cerchia di familiari e amici.

Dinamiche del settore olivicolo regionale

A guardare oltre i dati statistici, i quali ci descrivono una struttura alquanto polverizzata e poco aggregata dalle OP, negli ultimi anni si osservano dinamiche di settore che andrebbero sicuramente indagate e tenute in considerazione per impostare politiche di sviluppo efficaci sull’olivicoltura regionale.

Un primo fenomeno preoccupante, espressione di evidenti criticità strutturali, è legato all’abbandono e al degrado produttivo (ma anche paesaggistico) di molte superfici. Questo interessa certamente piccoli oliveti in aree marginali, spesso per mancanza di rinnovo generazionale della conduzione, ma il degrado produttivo e ambientale degli oliveti si osserva purtroppo anche nelle aree più vocate della regione. Le ragioni sono da ricercare nella scarsa redditività della coltura nelle attuali condizioni del settore e nelle difficoltà di gestione degli impianti secolari, con elevati costi di potatura e raccolta.

Anche le richieste di espianto di olivo sono un termometro della situazione. Dal 2015 ad oggi gli espianti autorizzati ammontano a circa 83.000 piante su 54 Comuni (Fonte Dipartimento Agricoltura). In termini di superficie sono stimabili in circa 450 ettari poiché in Basilicata la densità media è di 180 piante/ha. Più del 90% degli espianti è concentrato in soli 16 comuni ricadenti proprio nelle aree olivicole più produttive della regione (per la tabella clicca QUI). Raramente gli espianti vengono effettuati allo scopo di razionalizzare gli oliveti o rinnovare le varietà. L'olivo in molti casi viene sostituito con fruttiferi o agrumi nelle zone di pianura, con la vite nell'area del Vulture, mentre nel Materano le aziende si orientano in alcuni casi verso colture alternative come il Pistacchio. Anche questo fenomeno si può leggere come una risposta alla scarsa redditività dell’olivo riscontrabile in tante situazioni aziendali nella nostra regione.

D'altro canto, sempre nelle aree di maggiore produzione, si assiste anche al fenomeno della vendita di olive fuori regione. I prezzi che si spuntano sono notevolmente più alti del mercato locale, a dimostrazione che le condizioni di remuneratività, assenti in Basilicata, evidentemente altrove esistono, pur nelle condizioni di generale difficoltà di mercato dell’olio. Questa pratica, frequente e ricorrente, contribuisce ad indebolire la filiera lucana ed il già fragile sistema delle OP regionali.

Esistono tuttavia anche dinamiche positive che si stanno verificando negli ultimi anni, legate ai marchi comunitari di indicazione dell’origine: l’IGP “Olio lucano” recentemente riconosciuto e la DOP “Vulture”. Va considerato infatti che 6 delle 7 OP olivicole regionali sono state le promotrici della IGP Olio Lucano e faranno parte del relativo Consorzio di tutela. L’altra OP, Rapolla Fiorente, rappresenta in pratica l'intera filiera della DOP Vulture, trattandosi di una struttura di tipo cooperativo.

L'esistenza di due marchi di origine che coprono l'intera regione e la struttura dei relativi consorzi che coinvolge la totalità delle OP olivicole lucane può diventare la situazione favorevole su cui fare leva per intraprendere una necessaria ristrutturazione produttiva del settore olivicolo lucano, in sinergia con l'attività di promozione e commercializzazione che l'IGP Olio lucano dovrà intraprendere e che la DOP “Vulture” invece già svolge da qualche anno.

Molti tendono ormai a considerare l’olio una commodity, un prodotto indifferenziato e quindi soggetto alle regole del mercato globale. I Marchi di origine geografica, all'opposto, sono strumenti per differenziare il prodotto e sganciarlo da queste dinamiche al ribasso dei prezzi. Questi però consentono risultati tanto migliori quanto più si valorizza e promuove in modo integrato anche il territorio di origine.

Abbiamo visto, anche se brevemente, come le criticità del settore sono evidenti e diversificate; questo impone che anche gli interventi da programmare siano articolati. Dal lato della produzione primaria sono indubbiamente necessari interventi strutturali finalizzati a nuovi impianti e alla razionalizzazione di quelli esistenti per assicurare un adeguato potenziale produttivo. Interventi più innovativi, ma di sicuro impatto sociale e occupazionale, si possono immaginare legati alla nascita di servizi collettivi per la gestione delle operazioni più costose di potatura e raccolta, o ancora per la conduzione di superfici altrimenti destinate all'abbandono. La prossima programmazione dei fondi strutturali che prenderà il via nel 2023 può essere una reale opportunità per destinare risorse a tali obiettivi.

Tornando però alle considerazioni fatte in apertura, le decisioni relative a questi temi devono potersi fondare su dati e analisi “di qualità”, procedendo con metodo e coinvolgendo attivamente nell'analisi, insieme ai soggetti istituzionali, operatori e tecnici della filiera.

Agrifoglio n. 99 -  

Temi
Autori
Nicola Liuzzi

Funzionario ALSIA

Antonio  Buccoliero

Funzionario ALSIA