Il piombo nelle munizioni da caccia: un pericolo sottovalutato (PRIMA PARTE)

Un metallo usato da sempre, ma molto dannoso per la salute. La seconda e ultima puntata dell'articolo nel prossimo numero di Agrifoglio
didascalia.

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Data:22 Apr 2020

Abbiamo trovato il contributo di Alessandro Andreotti - che lavora per l'Area per l’Avifauna Migratrice dell'ISPRA - sul pericolo da piombo originale e interessante. Per scelta della Redazione, non abbiamo voluto sottoporlo a "tagli", che ne avrebbero probabilmente alterato parzialmente il senso: così, considerata la sua lunghezza, ve lo proponiamo in due puntate. La seconda e ultima parte sarà pubblicata sul numero 95 di Agrifoglio.

Il piombo è un metallo molto versatile che l’uomo ha utilizzato da sempre per una molteplicità di usi diversi. La bassa temperatura di fusione e la duttilità ne hanno favorito la lavorazione e l’impiego sin dai tempi più remoti. Nel corso dei secoli è stato impiegato anche in modo massiccio per la produzione di piccoli oggetti di uso quotidiano, statuette votive, vasi, pentole, condutture degli acquedotti, lastre per il rivestimento dei tetti, giocattoli, pesi da pesca e per l’ancoraggio delle imbarcazioni, proiettili per fionde e catapulte e, addirittura, è stato utilizzato per la preparazione di alimenti e cosmetici. In tempi più recenti ha trovato largo impiego nelle benzine, negli inchiostri, nelle vernici, nelle batterie, nella preparazione di diversi prodotti industriali e persino nella cura delle carie dentali; inoltre, sin dall’invenzione della polvere da sparo, è stato adoperato per la produzione delle munizioni per ogni tipo di arma da fuoco.

Il piombo, però, è una sostanza molto tossica che provoca una forma di avvelenamento nota con il termine di “saturnismo”. Normalmente in natura questo elemento non si trova allo stato puro, ma segregato all’interno di minerali; gli atomi di piombo nel reticolo cristallino dei minerali risultano innocui perché non possono essere assorbiti da piante e animali. L’uomo, con l’estrazione dalle rocce e con le successive lavorazioni, rende il piombo in grado di svolgere la sua azione tossica. Gli effetti negativi del piombo sulla salute umana sono noti da molto tempo; già gli antichi romani erano consapevoli delle malattie professionali di coloro che lavoravano all’estrazione e alla lavorazione di questo minerale. L’esposizione a elevate dosi determina effetti drammatici sulla salute (intossicazione acuta), che non passano inosservati: ad essere colpito è praticamente tutto l’organismo, dall’apparato digerente all’apparato escretore, dal sistema nervoso a quello circolatorio. Nei casi più gravi le persone in poco tempo vanno incontro a coma e morte.

Molto più subdoli sono invece gli effetti dannosi del piombo nel caso di esposizioni a basse dosi, al punto che l’effettiva pericolosità di questo metallo è stata compresa solo da alcuni decenni, grazie allo sviluppo di nuove tecniche analitiche, che permettono di rilevare gli elementi chimici anche in quantitativi minimi, e delle scienze mediche epidemiologiche. L’assunzione di piccolissime quantità di piombo non determina sintomi clinici, ma produce un effetto negativo soprattutto sui feti e sui bambini perché interferisce con il normale sviluppo del sistema nervoso centrale. È ormai accertata e riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale la correlazione esistente tra il livello di piombo nel sangue nei bambini e la riduzione delle capacità intellettuali, misurate attraverso il calcolo del quoziente intellettivo. Questi danni, purtroppo, sono irreversibili e dunque comportano un deficit cognitivo che permane per l’intera durata della vita di un individuo. Nelle persone adulte, d’altra parte, è stato accertato che il piombo è in grado di arrecare ipertensione (con conseguente aumento del rischio di malattie cardiovascolari), problematiche ai reni e danni al sistema nervoso.

La familiarità che le persone hanno con prodotti che contengono piombo e, al tempo stesso, la mancanza di sintomi nel caso di esposizioni a bassa intensità rendono spesso difficile convincerle dei rischi esistenti per la salute connessi con l’utilizzo di questo materiale e della necessità di modificare i propri comportamenti. Uno dei casi in cui risulta più arduo sensibilizzare sui rischi derivanti dall’uso del piombo riguarda le munizioni da caccia. Quando si parla di questa problematica le obiezioni più comuni che si sentono dire suonano più o meno così: “mio nonno e mio padre sono sempre andati a caccia e hanno mangiato la selvaggina, eppure sono morti che avevano più di ottant’anni; non conosco nessun cacciatore che sia stato intossicato dal piombo delle munizioni; questo è un argomento pretestuoso, cavalcato da chi è contrario alla caccia e la vuole chiudere”. Sgombriamo innanzitutto il campo da quest’ultima obiezione: il piombo non è l’unico materiale con cui si possono fare le munizioni da caccia. Esistono alternative altrettanto valide ed economiche. Vi sono interi paesi dove l’uso dei pallini di piombo è stato bandito e i cacciatori proseguono la loro attività con soddisfazione e in sicurezza. Un caso particolarmente significativo è rappresentato dalla Danimarca, dove l’uso del piombo nelle cartucce è vietato dal 1996 e oggi nessun vorrebbe mai tornare all’utilizzo delle vecchie munizioni al piombo. Del resto anche in Italia sono stati introdotti dei bandi parziali, relativi all’esercizio dell’attività venatoria nelle sole zone umide, eppure da allora la caccia agli uccelli acquatici è proseguita esattamente come prima.

 

Selvaggina al piombo: un rischio per la salute

Le ragioni della messa al bando del piombo dalle munizioni da caccia sono ben altre e risiedono nella necessità di prevenire danni alla salute umana, alla fauna selvatica e all’ambiente. Se i cacciatori non hanno la percezione di questi problemi, neppure per gli effetti sulla loro stessa salute e quella di loro familiari, è solo perché i quantitativi di piombo che si assumono mangiando selvaggina non determinano l’insorgenza di sintomi clinicamente rilevabili. Eppure gli effetti sono ampiamente dimostrati e sono tutt’altro che trascurabili. Del resto anche la benzina al piombo non provocava danni evidenti, eppure le ripercussioni sulla salute erano rilevanti al punto che i governi hanno deciso di bandirne la vendita.

La carne degli animali selvatici abbattuti durante l’attività venatoria viene contaminata perché i pallini dei fucili da caccia o i proiettili delle carabine tendono a frammentarsi al momento dell’impatto contro la preda, dando luogo ad un alto numero di schegge anche minuscole che si distribuiscono nei tessuti che circondano il canale della ferita. Molti studi condotti da gruppi di ricerca attivi in diverse parti del mondo hanno messo in luce come le particelle di piombo nel corpo degli ungulati possano spingersi anche ad alcune decine di centimetri dalla zona attraversata dal proiettile, andando a contaminare una vasta porzione del corpo dell’animale. Persino i pallini di dimensioni minori cedono frequentemente schegge nel momento dell’impatto contro il corpo di piccoli uccelli come i tordi e gli storni.

Data la facilità con cui le munizioni al piombo generano una contaminazione diffusa delle carni, l’asportazione dei proiettili o dei pallini non è una profilassi sufficiente a garantire la salubrità alimentare della selvaggina. Gli stessi pallini, nella maggior parte dei casi, sono individuabili con molta difficoltà durante le consuete fasi di preparazione, date le loro piccole dimensione e la circostanza che spesso i tessuti nell’area attorno alla ferita sono fortemente irrorati dal sangue. Per questo rimangono all’interno delle carni durante la cottura. Analogamente, nel caso degli ungulati l’asporto dei tessuti attraversati dal proiettile non garantisce la totale rimozione delle schegge di piombo che si sono prodotte a seguito dell’impatto. Ne consegue che, quando si cucina un piatto a base di selvaggina, è molto probabile che nella carne vi siano frammenti più i meno numerosi di piombo metallico.

Di per sé, il piombo in forma metallica non risulta facilmente assimilabile dal nostro apparato digerente, pertanto se la carne di selvaggina venisse consumata cruda le conseguenze sulla salute umana sarebbero più limitate. Il processo di cottura, tuttavia, favorisce la trasformazione del piombo metallico nella forma ionica, che può essere più agevolmente assorbita dall’intestino.

Studi sperimentali condotti da ricercatori spagnoli hanno dimostrato come nei piatti a base di selvaggina la quantità di piombo in forma biodisponibile sia influenzata dal tipo di ricetta utilizzata per la preparazione: si è visto che, oltre alle temperature elevate, svolge un ruolo importante l’impiego di ingredienti acidi, come l’aceto. A prescindere dal tipo di ricetta seguita, comunque, è stato accertato che il consumo regolare di carni di animali cacciati con il tradizionale munizionamento al piombo comporta un incremento del livello di piombo nel sangue; sono sufficienti uno o due pasti al mese per osservare un aumento tale da rappresentare un rischio concreto per la salute, soprattutto per le categorie più sensibili (donne in gestazione o nel periodo dell’allattamento, bambini e adulti con ipertensione o patologie renali).

FINE PRIMA PARTE - La seconda e ultima parte dell'articolo sarà pubblicata nel n. 95 di Agrifoglio

Si ringrazia Massimo Piacentino per le foto.

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Agrifoglio n. 94 - Aprile 

Temi
Rubrica
zootecnia
Autori
Alessandro  Andreotti

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