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Ferrandina, città dell'olio dal IV secolo a.C.

Una ricerca archeologica porta alla luce i resti di un paleofrantoio nella stessa area dell'ulivo bimillenario "Patriarca"
didascalia.

Gli uliveti di località Sant'Antonio Abate a Ferrandina.

Data:21 Feb 2020

Ferrandina e majatica: un binomio inscindibile. Da sempre la coltivazione degli ulivi e la produzione dell’olio extravergine di oliva sono una peculiarità di questo territorio che conta più di 200.000 piante di ulivo di cultivar majatica. 

Testimonianza “vivente” di una storia bimillenaria è il cosiddetto “Patriarca”, un albero di circa duemila anni i cui polloni sono stati piantati nel “Giardino dei Patriarchi dell’Unità d’Italia” della villa dei Quintili sull’Appia Antica a Roma. Considerato l’ulivo più vecchio della Basilicata, con i suoi 8 metri di circonferenza, giganteggia nel cuore di un uliveto in località Sant’Antonio Abate. Lo stesso luogo dove sono stati rinvenuti i resti di un frantoio oleario databile al IV secolo a.C. e in cui si sono di recente concentrate le ricerche dell’Università degli Studi della Basilicata (Dipartimento di Scienze Umane), dopo che il sito era già stato individuato nel 2007 nel corso di indagini di archeologia preventiva.

I primi risultati del progetto “FArch – Ferrandina Archeologica”, nato dalla collaborazione tra Unibas-DiSu,  Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Basilicata e Comune di Ferrandina, non fanno altro che confermare come la coltivazione dell’ulivo sia strettamente legata alla storia di Ferrandina, sin dall’epoca Lucana.

Nel corso delle indagini sul campo, condotte tra 2018 e 2019 dall’equipe di ricercatori, guidata da Antonio Pecci e Fabio Donnici sotto la direzione scientifica della professoressa Maria Chiara Monaco, sono state individuate in maniera chiara: la cella olearia costruita con muretti a secco, le presse, una canaletta in pietra terminante in una vaschetta per la decantazione e la raccolta dell’olio. Tutti elementi che lasciano ipotizzare la presenza di un impianto agricolo di grandi dimensioni.  I resti messi in luce, infatti, sono relativi solamente al settore dedicato alla spremitura delle olive. È altamente probabile che intorno ad essi possano essere individuate le aree adibite alla frangitura e allo stoccaggio delle olive.

Ma a rendere la scoperta del paleo-frantoio in agro di Ferrandina ancora più eccezionale è la presenza, nello stesso sito, di alcuni “carporesti” di Olea Europaea in ottimo stato di conservazione.  Un ritrovamento che apre nuovi interessantissimi scenari di ricerca, allargando il campo dall’archeologia alla Paleobotanica. L’esame delle olive “fossili” potrebbe rivelare  informazioni decisive sulla tipologia di cultivar e far luce sull’origine della Majatica, l’oliva tipica di Ferrandina.

Una ragione in più per continuare a seguire questo filone di ricerca,  in un sito che, in tutta l’area di quella che fu la Magna Grecia, è l’unico esempio documentato della presenza di strutture olearie di età preromana.

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