Biodiversità viticola: l'antico "Asprinio di Ruoti" iscritto al Registro Nazionale con il nome di "Sprigno"
Salvata dall'estinzione una varietà genetica unica della Basilicata, frutto di una buona cooperazione scientifica e territoriale
Vitigno "Sprinio"
Data : 17 June 2026
Il patrimonio vitivinicolo italiano si arricchisce di una nuova, preziosa gemma di biodiversità. Sulla Gazzetta Ufficiale (Serie Generale n. 120) è stato ufficialmente pubblicato il decreto del 19 maggio 2026 che sancisce l'iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà di Vite (RNVV) al numero A59 del vitigno "Sprigno", storicamente noto e custodito dalla tradizione locale con il nome di "Asprinio di Ruoti".
Questo storico traguardo è il risultato di un rigoroso e sinergico lavoro di ricerca, caratterizzazione e tutela durato anni. Un percorso coordinato dal CREA-VE di Turi, in stretta collaborazione con l'Alsia, il GAL Percorsi, il CNR di Tito e l'Amministrazione Comunale di Ruoti.
Il percorso di recupero ha preso slancio nell'ambito del progetto regionale "Basivin_SUD" e si è successivamente consolidato nel 2015 con il progetto "Val.BasVit" (Valorizzazione e tutela del paesaggio vitivinicolo e recupero della biodiversità), promosso dal GAL. Durante le indagini nel territorio del Comune di Ruoti – area inserita nell'Ambito Paesaggistico "Montagna Interna" – i ricercatori del CREA-VE hanno individuato in contrada Molino Grosso alcuni ceppi storici segnalati dai viticoltori locali.
Le analisi molecolari effettuate su una pianta madre ultra-sessantenne, situata a circa 700 metri sul livello del mare, hanno rivelato una scoperta scientifica eccezionale: l'Asprinio di Ruoti possiede un profilo genetico del tutto inedito. Il DNA del vitigno non è risultato presente in alcuna banca dati nazionale o internazionale (come il VIVC o il Vitisdb) e si è dimostrato geneticamente distinto e non riconducibile all'“Asprinio bianco” (codice 016) già iscritto al Registro e storicamente coltivato nel Casertano.
La denominazione "Asprinio" ha rappresentato storicamente una categoria identitaria per uve accomunate da spiccata acidità. Ma se in Campania era sinonimo di coltivazione in alberata, lungo la catena appenninica tra Irpinia e Lucania, nel corso del XIX secolo, il nome è diventato l'emblema di una varietà specifica, autonoma e utilizzata tradizionalmente per equilibrare, nel taglio, la vinificazione delle grandi uve rosse locali, in primis l'Aglianico. L'iscrizione con il nome di "Sprigno" restituisce dignità e veste scientifica a questa specificità territoriale.
La Basilicata vanta una vocazione vitivinicola millenaria, le cui prime testimonianze evolute risalgono agli Enotri e ai Lucani (X-IX secolo a.C.). Già nel 1811, la celebre "Statistica del Regno di Napoli" voluta da Gioacchino Murat censiva ben 154 denominazioni di vitigni nei soli comuni lucani.
L'Asprinio di Ruoti si inserisce pienamente in questa ricchezza: i primi studi approfonditi sulle sue caratteristiche ampelografiche furono avviati all'inizio del Novecento dal celebre scienziato Dott. Michele Carlucci, originario proprio di Ruoti e allora Direttore della Regia Scuola di Viticoltura ed Enologia di Avellino, i cui scritti d'epoca ("Vendemmia 1910") sono stati riscoperti e celebrati recentemente nel convegno del maggio 2025.
L'iscrizione al Registro Nazionale non rappresenta un punto di arrivo, bensì una straordinaria opportunità strategica per il futuro agroalimentare e turistico della Basilicata. In linea con la definizione di terroir codificata dall'OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino), il successo dello "Sprigno" risiede nella perfetta simbiosi tra fattori ambientali, biologici e umani.
“L’iscrizione dello Sprigno – dichiara Michele Blasi direttore Alsia - rappresenta anche uno strumento concreto per contrastare l’erosione genetica e favorire la diffusione di produzioni ad alta identità territoriale. Le attività future saranno orientate alla disponibilità di materiale certificato per i viticoltori, alla valorizzazione delle produzioni locali e alla promozione di un racconto del vino lucano sempre più legato alla storia, alla biodiversità e all’unicità dei territori”.
Francesco Pisani