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Paesaggi e olivo, le "forme" raccontano le genti lucane

Dalla letteratura, spunti sempre validi nell'opera di Emilio Sereni. La Convenzione Europea del 2000 è il primo trattato internazionale sul tema
didascalia.

Oliveti tra i calanchi.

Data:29 Feb 2020

La descrizione del paesaggio, nella sua più vasta accezione, rappresenta una lettura/descrizione del territorio, figurata o descrittiva, risultante dalla storia di relazioni tra l’uomo e l’ambiente, che diviene componente del patrimonio culturale.

La prima interazione dell’uomo con l’ambiente naturale che viene in mente è l’attività agricola. Nel panorama della letteratura dedicata al paesaggio agrario, l’opera di Emilio Sereni Storia del paesaggio agrario italiano (1961) costituisce ancora oggi un esempio di lettura del territorio di grande interesse dove il paesaggio agrario viene definito “quella forma che l’uomo, nel corso ed ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale”.

Il 20 Ottobre 2000 a Firenze è stata stipulata la Convenzione Europea del Paesaggio, il primo trattato internazionale esclusivamente dedicato al paesaggio europeo nel suo insieme, con l’obiettivo di promuovere la protezione, la gestione e la pianificazione dei paesaggi europei e di favorire la cooperazione europea. Nel preambolo del trattato si legge ad esempio che “il paesaggio contribuisce all'elaborazione delle culture locali”, che “rappresenta una componente fondamentale del patrimonio culturale e naturale dell’Europa, contribuendo così al benessere e alla soddisfazione degli esseri umani e al consolidamento dell'identità europea”, che “il paesaggio è in ogni luogo un elemento importante della qualità della vita delle popolazioni”. E ancora, secondo l’articolo 1 della Convenzione “il paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.

Il paesaggio dunque è frutto dell’utilizzo dell’ambiente da parte dell’uomo per le sue attività ed esigenze economiche e sociali, ma anche della sua elaborazione culturale ed identitaria, e questa elaborazione si può immaginare tanto maggiore quanto più alto è il grado di antropizzazione di un territorio nel corso del tempo.

In Basilicata la correlazione tra basso grado di antropizzazione e caratteristiche del paesaggio è particolarmente evidente, tanto che nelle aree più interne è facile osservare come il paesaggio risulti molto poco modellato o modificato dall’attività umana.

Tenendo conto di queste considerazioni, proviamo ad osservare e leggere il paesaggio agrario lucano legato in particolare all’olivo, pianta di indubbio fascino che ha caratterizzato nel corso dei millenni la storia dell’intero bacino del Mediterraneo. Se escludiamo le zone di pianura, che nella storia recente hanno seguito un destino diverso dal punto di vista urbanistico, demografico, nonché della intensificazione e diversificazione produttiva in agricoltura, la gran parte delle aree interne della regione è caratterizzata da ordinamenti produttivi molto semplici, dominati da seminativi e pascoli naturali. All’interno di questi ordinamenti, anche l’utilizzazione dei seminativi, in molti casi, risulta poco diversificata, a causa delle caratteristiche pedoclimatiche del territorio, e vede prevalentemente cereali e colture foraggere.

In tale contesto l’olivo appare prima di tutto uno dei pochi elementi di diversificazione visiva, che attira lo sguardo anche grazie a particolarità della specie come i riflessi color argento delle foglie, che si osservano in poche altre piante, e che donano certamente un fascino particolare ai comprensori olivetati. D’altro canto, l’esame dell’attuale distribuzione dell’olivo sul territorio della regione offre una lettura evocativa delle situazioni storiche e delle interazioni socio-economiche e culturali che hanno riguardato coltivazione e diffusione dell’olivo contribuendo a definire il paesaggio che vediamo oggi.

Osservando olivi secolari nelle zone collinari e montane, magari in terreni di scarso o scarsissimo valore agronomico, viene da pensare come nel passato l’impianto e la diffusione della coltivazione dell’olivo siano stati vissuti come un’opera di “arricchimento” importante del territorio a vantaggio delle comunità. Opera resa possibile dalla straordinaria capacità dell’olivo di adattarsi, resistere e produrre in terreni poveri e difficili.

Nel corso del tempo è accaduto poi che in alcune zone particolarmente vocate il paesaggio olivicolo ha assunto una connotazione fortemente identitaria, diventando patrimonio culturale oltre che economico delle comunità locali. Pensiamo ad esempio a Ferrandina, ad Aliano, all’area del Vulture-Melfese dove l’olivo, oltre a caratterizzare la vista, rende riconoscibili il luoghi attraverso il nome della varietà (Maiatica di Ferrandina, Cima di Melfi), oppure di prodotti trasformati (oliva infornata di Ferrandina), o dello stesso olio attraverso un marchio collettivo comunitario (DOP Vulture).

Ad Aliano invece, dove l’olivo insiste sui calanchi, è nota l’importanza sia economica che culturale che si dà all’olivo, derivante dai tempi in cui anche poche piante e piccole produzioni consentivano di migliorare l’economia familiare, al punto che nelle compravendite di piccoli appezzamenti di terreno l’elemento principale sono le piante e non la superficie, a volte la singola pianta.

Una lettura del paesaggio olivicolo di questo tipo è sicuramente qualcosa da poter offrire ad un utente/consumatore, semplicemente dal lato culturale per la conoscenza dei luoghi che visita, ma anche e soprattutto dal lato della valorizzazione delle produzioni agroalimentari locali, per far comprendere il valore di certe produzioni, che non si può limitare, come la cultura economica dominante attuale vorrebbe, all’unica componente del valore intrinseco della materia olio, ormai considerata commodity.

Ancora più interessante, dal punto di vista del decisore pubblico, può essere l’osservazione del paesaggio olivicolo odierno per ipotizzarne l’evoluzione in funzione delle dinamiche socio economiche e demografiche che si registrano in regione, nell’ottica di tutela e conservazione secondo lo spirito della Convenzione europea sul paesaggio.

In questo caso c’è da dire che, nonostante il valore indiscusso riconosciuto all’olivo, non è raro oggi vedere oliveti nelle aree più interne che soffrono l’abbandono, oppure verificare situazioni in cui l’abbandono è facile da prevedere nel breve periodo. In questo fenomeno, oltre ai motivi degli alti costi di produzione e della bassa redditività, entrano in gioco anche dinamiche sociali legate all’emigrazione ed allo spopolamento che interessano la Basilicata, soprattutto a carico delle zone rurali più interne, con scomparsa di tante piccole aziende e inevitabile abbandono delle superfici.

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Agrifoglio n. 92 -  

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Nicola Liuzzi
Antonio  Buccoliero